Parlamenti nella Francia del XVIII secolo

Alle origini del conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario.

Abbiamo visto, nelle puntate scorse, come la resistenza dei Parlamenti nei confronti del potere regio avesse, in origine, una causa nobile:  la riaffermazione e la difesa dei corpi intermedi, delle autonomie e dei costumi locali nei confronti di una monarchia che andava progressivamente assolutizzando il proprio potere.

E per un certo periodo, dopo la sconfitta della Fronda (1653), i Parlamenti proseguirono in questa direzione, anche se, durante tutto il regno di Luigi XIV, il Re Sole, essi furono imbavagliati.

Alla morte del Re Sole, avvenuta nel 1715, i Parlamenti, però, rialzarono la testa. A partire dal 1750 essi bloccarono le riforme del potere regio, in particolare il principio di eguaglianza di fronte al fisco. Il successore di Luigi XIV, Luigi XV, riprese l’opera di limitazione dei poteri dei Parlamenti. Nella famosa séance royale tenutasi nel Parlamento parigino il 3 marzo 1766, nel corso della quale Luigi XV pronunciò il cosiddetto “discorso della flagellazione”, il sovrano tolse al Parlamento di Parigi e a quelli delle province le loro attribuzioni sugli affari di Stato e divise le funzioni puramente giudiziarie (giustizia contenziosa) fra cinque Consigli superiori.

Il Regno di Luigi XVI, si inaugurò con quello che da alcuni storici viene definito “il più grosso errore che la monarchia potesse commettere, il solo che fosse irreparabile” 1: la riconvocazione dei Parlamenti. E qui, la funzione svolta da questi organismi inizia a mutare, passando dall’originaria difesa dei corpi intermedi e delle autonomie locali, ad una funzione rivoluzionaria di contestazione della monarchia in quanto tale, che fu sfruttata dagli organismi settari giacobini e non solo per il definitivo crollo dell’istituzione che per tanti secoli aveva governato la Francia. Cominciarono a circolare i libelli minacciosi, furono affissi i manifesti sediziosi, alcuni tra i consiglieri del Re, tra i quali il nuovo guardasigilli, Lamoignon, gli fecero capire che resistendo nei confronti dei Parlamenti avrebbe perduto la popolarità di cui godeva e da allora fu una continua marcia indietro di fronte alla loro opposizione. Luigi XVI cedette. Le “grandi toghe” tornarono a Parigi e indirizzarono nei confronti del Re alcune proteste che costituivano la pura e semplice negazione della sua autorità.

A risentirci alla prossima puntata.

1 Pierre Gaxotte, “La Rivoluzione francese”, BUR, 1949, p. 83.

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